Istituzioni e Sharing Economy: inconsueto possibile

Giunti all’ottavo contributo del percorso di conoscenza dei modelli di consumo collaborativo, anche sulla scorta delle sollecitazioni proposte nell’intervista a Daniele Viotti, diventa ineludibile affrontare il tema del ruolo delle istituzioni pubbliche rispetto alla sharing economy.
E’ un tema scivoloso, soprattutto per chi sulla scena della sharing economy opera quotidianamente. Va evitato il rischio di apparire postulanti – ovvero di sollecitare un quadro regolatorio a supporto del proprio modello di business – oppure elusivi, coltivando l’aspirazione alla prosecuzione della deregulation normativa e quindi delle connesse asimmetrie competitive rispetto ai business tradizionali.

Consapevoli del rischio, partiamo.
Ad oggi, pur con evidenti distinguo, appare un quadro in cui le istituzioni hanno guardato ai fenomeni di consumo collaborativo con distacco e a volte con la preoccupazione tipica di chi è chiamato più ad amministrare situazioni consolidate già esistenti, che ad attivare nuovi modelli.

città e collaborazione

Non sorprende, atteso che il fenomeno appare un segmento di una più ampia istanza di partecipazione alla vita democratica, con il risultato che  fasce sempre più ampie di popolazione sono interessate a contribuire alla determinazione del proprio presente socio-economico. Sono esempi di questa tendenza alcune esperienze di cittadinanza attiva, interessanti processi di co-decisione che si avvalgono delle possibilità offerte dalle tecnologie attraverso piattaforme di ascolto e consultazione. E’ da monitorare con interesse l’esempio avviato a Cagliari di laboratorio partecipato di innovazione territoriale che vede nell’interazione tra cittadini, istituzioni ed attori del medesimo territorio una modalità per ideare ed implementare percorsi di co-creazione di nuovi servizi o prodotti.

Alle resistenze connesse alla geografia delle relazioni di influenza e dei sistemi di poteri, si aggiunge una discontinuità semantica e tecnologica portata dai fenomeni di consumo collaborativo.

La sharing economy, come fenomeno massivo, si basa sull’utilizzo distribuito della tecnologia, con interazioni paritetiche, spesso sconosciute all’amministrazione, adusa a ragionare in termini di rapporto asimmetrico tra l’Amministrazione e il cittadino.

Alcune amministrazioni estere si sono già attivate in tal senso: insegna la statunitense Shareable Cities Resolution promossa a giugno 2013 dai sindaci di 15 grandi città, con perno tangibile su San Francisco attraverso l’elezione di un’area specifica, la Bay Area, per la condivisione.

Si intravedono tuttavia processi di cambiamento importanti anche da noi.
In primo luogo, diventa centrale il tema della regolamentazione di cui ha avuto modo di parlare Marta Mainieri nel corso della sua intervista e che ha alimentato la seconda edizione di Sharitaly, tenutasi il 1° dicembre presso le aule di Montecitorio.
Appare quindi evidente che il primo ruolo assegnato alle Istituzioni risieda nelle definizione di un quadro legislativo che consenta di “regolare senza soffocare”, creando condizioni di progressiva simmetria competitiva con i business tradizionali, ma anche evitando di richiedere un immediato allineamento, che costituirebbe un impedimento letale per le start-up e per i nuovi modelli di economia che popolano lo scenario dell’economia circolare. Adam Thierer, ex-presidente della Progress & Freedom Foundation, sostiene il concetto di “innovation allowed” e chiama ad una “deregulating down” delle normative come percorso verso la parità.
L’emanazione di una regolamentazione coerente con lo stadio di sviluppo del fenomeno non coglie però tutte le opportunità sinergiche del rapporto tra economia circolare e pubblica amministrazione.

Tali sinergie appaiono evidenti dall’incrocio di due traiettorie, ovvero:

  • il progressivo restringimento dei budget di spesa pubblica,
  • la crescente efficienza distributiva dei modelli di consumo collaborativo.

L’interrelazione tra queste due tendenze evidenzia come – senza investimenti pubblici rilevanti – il rafforzamento dei modelli collaborativi possa abilitare:

  • crescente benessere socio-economico dei cittadini, attraverso la messa in comune di beni-servizi-competenze altrimenti inutilizzate,
  • maggiore coesione sociale, con la creazione di reti relazionali fiduciarie
  • riduzione dell’impatto sul patrimonio ambientale e delle esigenze di smaltimento.

sharing

Per intercettare queste traiettorie, appare fondamentale che le Pubbliche Amministrazioni partecipino attivamente alla creazione di un’architettura che favorisca il radicamento dei modelli di consumo collaborativo come comportamento collettivo e socialmente premiante.

E’ perciò importante che la Pubblica Amministrazione funga da “megafono” delle iniziative, sfruttando le opportunità di relazione con i cittadini come un momento di divulgazione delle best practices di consumo circolare.

Si può andare oltre, creando dei rapporti di partnership forte tra le iniziative di consumo collaborativo e la cittadinanza, con la mediazione delle istituzioni locali. In questo senso, alle Pubbliche Amministrazione spetta il compito di verificare le principali esigenze di condivisione della propria cittadinanza sulla cui base promuovere partnership con i soggetti privati che meglio interpretano quell’esigenza.
Si creano conseguentemente condizioni per cui – senza alcun onere pubblico – si garantisce il soddisfacimento di una esigenze diffusa della cittadinanza, con il Pubblico a fungere da garante degli scambi.

immagine megafono con bubbles

Si tratta di un salto quantico, in quanto attraverso il patrocinio della Pubblica Amministrazione, una collettività civica fruisce di beni e servizi che sono di proprietà, ed erogati, da privati cittadini per altri cittadini, attraverso strumenti e piattaforme gestiti da soggetti privati.

Questo modello a tre prevede:

  • le amministrazioni, soprattutto locali, con un ruolo di regia e indirizzo;
  • soggetti privati che forniscono piattaforme e modalità di “attivazione” di occasioni di consumo collaborativo, magari con la possibilità di restituire alla collettività una quota del plusvalore generato, da destinare attraverso un modello di democrazia partecipata;
  • cittadini che utilizzano, in quanto utenti, i servizi di economia collaborativa generando valore per loro stessi e per il territorio.

Tornando all’esempio americano delle Shareable Cities, i sindaci partecipi si sono impegnati a mettere nel calderone della condivisione anche gli asset di proprietà pubblica per un miglior utilizzo del patrimonio comunale. La Emergency Preparedness partnership di San Francisco fornisce un bellissimo esempio di collaborazione tra startup collaborative e pubblica amministrazione, volta a generare delle risorse iper-localizzate per le eventuali emergenze urbane che potrebbero verificarsi.

Il delinearsi di un ruolo attivo della PA nel panorama della condivisione sarà un percorso articolato, lungo il quale sarà fondamentale il ruolo delle Amministrazioni più illuminate, le cui iniziative saranno la fiaccola da seguire nel raggiungere l’Olimpo di una convergenza tra welfare e sharing economy. Il report di Share the World’s Resources dimostra come a livello mondiale sarebbe possibile per i governi mobilitare 2.8 miliardi di miliardi di dollari da “iniettare” nel sistema dell’economia della collaborazione ricorrendo alla FTT(Financial Transaction Tax) una tassazione sulla speculazione finanziaria pura (dissociata da ogni reale economia) specie a breve termine, quindi eliminando di fatto ogni caso di privazione, abbattendo le misure di austerità e contrastando il cambio climatico antropologicamente indotto.

foto Benny S
Autore: Benny Bimonte

Leggi qui la versione pubblicata su TechEconomy

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